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SCICLI, DOVE LA PIETRA RACCONTA

  • di Manlio Vignola

Scicli non è una città che si lascia attraversare in fretta. Bisogna entrarci piano, quasi in punta di piedi, come si entra in una storia già cominciata. Qui le pietre non sono soltanto pietre: hanno il colore del tempo e il calore del sole. Tra le cave di Santa Maria La Nova, San Bartolomeo e Modica, la città sembra nascere direttamente dalla roccia. Le case si arrampicano sulle pareti delle cave e le facciate sembrano cercare la luce. Ogni vicolo custodisce una voce, ogni balcone una memoria, ogni angolo un frammento di Sicilia. Ma per incontrare l’anima più antica di Scicli bisogna salire verso il Colle San Matteo. La strada si fa più silenziosa e, passo dopo passo, la città moderna sembra rimanere lontana. Sul colle, tra pietre consumate dal vento e dal tempo, vive la memoria della Scicli più antica. Qui sorge la Chiesa di San Matteo, come una sentinella affacciata sulla città. Da lassù Scicli appare diversa, quasi irreale, raccolta ai piedi della collina come un antico presepe di pietra. Le case sembrano stringersi l’una all’altra, mentre le cave disegnano intorno alla città un paesaggio selvaggio e misterioso. È difficile guardare questo panorama senza pensare a quante generazioni siano passate da queste strade. Quante persone avranno salito questi gradini, portando con sé speranze, dolori, preghiere e sogni? Poi, nel 1693, arrivò la notte che cambiò per sempre il volto di Scicli. Un terribile terremoto fece tremare la terra e distrusse gran parte della città. Per un momento sembrò che tutto fosse finito, che le pietre avessero inghiottito ogni cosa. Ma dalle macerie, lentamente, Scicli tornò a rialzarsi. E fu proprio allora che nacque quella città barocca che ancora oggi incanta chi la attraversa. Chiese, palazzi e piazze furono ricostruiti con una fantasia capace di trasformare la ferita in bellezza. La pietra calcarea divenne colonne, balconi, volti scolpiti e creature fantastiche. Fu una rinascita lenta, ostinata, quasi una risposta degli uomini alla violenza della terra. Scicli non dimenticò il terremoto: lo trasformò nella propria forza. Oggi il suo centro storico, insieme alle altre città del Val di Noto, è Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Scendendo dal Colle San Matteo, la città accompagna il visitatore verso il suo cuore più elegante. Via Francesco Mormino Penna appare come una scenografia rimasta intatta nel tempo. Le facciate dorate dal sole sembrano raccontare storie di nobili famiglie, processioni e antiche feste. E quando arriva il tramonto, la luce scivola lentamente sui palazzi e trasforma ogni pietra in oro. È allora che Scicli sembra fermarsi per un istante, sospesa tra il giorno e la notte. Poi compare Palazzo Beneventano, con i suoi inquietanti mascheroni che sembrano sorridere al passante. Volti deformi, animali fantastici e figure misteriose emergono dalla pietra come creature di un sogno barocco. È una bellezza strana e irriverente, capace di essere elegante e grottesca nello stesso momento. A Piazza Italia lo spazio si apre e la città sembra respirare. La Chiesa di Sant’Ignazio e gli edifici che la circondano raccontano, attraverso la pietra, secoli di storia. Ma Scicli non vive soltanto nei suoi monumenti più celebri. Vive nelle scale consumate dai passi, nelle porte socchiuse e nelle finestre dalle quali arriva una voce lontana. Vive nei vicoli dove il sole entra soltanto per pochi minuti e nelle ore immobili della calura estiva. Vive nel profumo che sale dalle strade e nell’aria calda che porta con sé il respiro della Sicilia. E soprattutto vive nella sua pietra, la stessa pietra che sembra unire il Colle San Matteo alla città barocca. Da lassù, osservando le case adagiate nelle cave, si comprende che Scicli non è stata semplicemente costruita sulla roccia. È come se fosse stata partorita dalla roccia stessa, lentamente, attraverso i secoli. Il Colle San Matteo conserva le sue radici, mentre il barocco racconta la sua rinascita.

Due volti della stessa città, legati da una storia fatta di splendore, distruzione e coraggio. Quando scende la sera, le ombre si allungano sui muri e le prime luci accendono le strade. Le piazze diventano più silenziose e i palazzi sembrano finalmente liberarsi del rumore del giorno. È in quel momento che Scicli sembra parlare più piano, come se volesse raccontare i propri segreti soltanto a chi sa ascoltare. E forse è proprio questo il suo incanto: non mostra tutto subito, ma lascia che sia il tempo a rivelarla. Scicli rimane negli occhi come un sogno di pietra, luminoso e antico, nato dalle ferite e diventato bellezza. E dal Colle San Matteo, dove la memoria della città sembra ancora respirare, Scicli continua a guardare il mare e a raccontare la sua storia.

(Foto I Love Scicli)