Il convegno FENASCOP Sicilia “Curare nei contesti che cambiano”: riabilitazione psichiatrica.
Il convegno FENASCOP Sicilia “Curare nei contesti che cambiano. Le sfide della riabilitazione psichiatrica tra accesso alle cure, diritti e Autorità Giudiziaria”, con i lavori diretti e coordinati da Francesco Puccio, psicologo e componente del Comitato tecnico scientifico FENASCOP, ha riunito sanità, magistratura, forze dell’ordine, professionisti e istituzioni attorno a una constatazione: sono cambiati i pazienti, è aumentata la complessità e deve cambiare anche il modo di organizzare la riabilitazione psichiatrica.
A indicare la linea è stata Cappadona. «Nella realtà che rappresento la presenza di pazienti autori di reato raggiunge circa il 60%», ha sottolineato. Le CTA si trovano sempre più spesso a gestire situazioni nelle quali il disturbo psichiatrico grave si intreccia con dipendenze, marginalità sociale, conflittualità familiare, assenza di reti di supporto e problematiche giudiziarie. Ma «la persona non coincide con il reato che ha commesso» e il percorso riabilitativo deve riuscire a tenere insieme tre dimensioni: cura, responsabilità e sicurezza.
Da qui un altro passaggio centrale: «Bisogni differenti richiedono setting differenti». Le CTA, ha ricordato Cappadona, sono strutture riabilitative aperte e non strutture detentive. Non possono trasformarsi in luoghi prevalentemente orientati alla custodia, alla vigilanza e al controllo, con il rischio di compromettere anche i percorsi delle persone che accedono volontariamente alla riabilitazione. Gli stessi operatori devono poter lavorare in condizioni adeguate e non essere lasciati soli nella gestione di situazioni sempre più complesse.
La risposta, secondo la vicepresidente nazionale FENASCOP, non può essere semplicemente quella di aumentare i posti nelle CTA. Occorre completare e aggiornare la rete prevista dalla programmazione regionale, articolando l’offerta in funzione delle differenti esigenze. «Non semplicemente più posti, ma più percorsi e più appropriatezza». L’obiettivo deve essere accompagnare la persona dall’intensità alla minore intensità assistenziale, dalla protezione all’autonomia, dalla struttura al territorio. «Il posto letto può essere una risorsa, se dedicato al paziente corretto. Il progetto terapeutico-riabilitativo è la soluzione».
Su questa stessa direttrice si è sviluppato l’intervento di Giuseppe Ferro, presidente nazionale FENASCOP, che ha individuato proprio nell’appropriatezza della cura una delle principali criticità del sistema. Dopo il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari sono state attivate le REMS, strutture necessarie ma non sufficienti davanti alla complessità del processo riabilitativo. Occorre una rete territoriale integrata che parta dalle strutture a maggiore livello contenitivo e coinvolga le comunità terapeutiche e gli altri servizi, costruendo un percorso capace di accompagnare progressivamente la persona.
Il concetto di appropriatezza è stato ripreso anche dal sindaco di Ragusa Peppe Cassì, mentre il direttore generale dell’ASP di Ragusa Giuseppe Drago ha posto l’accento sulla necessità di fare rete e di tradurre la collaborazione in protocolli operativi. Il comandante provinciale dei Carabinieri Carmine Rosciano ha invece sottolineato il lavoro svolto quotidianamente dalle forze dell’ordine, evidenziando come l’azione sul fronte della sicurezza rischi di avere un’efficacia limitata se non trova continuità in percorsi strutturati di cura e riabilitazione.
Il rapporto tra giustizia e riabilitazione è stato affrontato da Luca Rossomandi, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Catania, intervenuto sulla permanenza nei contesti riabilitativi dei soggetti autori di reato e portando nel confronto l’esperienza maturata nel territorio catanese.
Rosaria Ruggieri, direttrice dell’UEPE di Ragusa, ha insistito sulla necessità di mettere realmente in rete i diversi servizi e di abbattere il muro del pregiudizio: «La persona non è il reato che ha commesso». Ruggieri ha inoltre acceso i riflettori su un fenomeno indicato come crescente, quello della violenza dei figli nei confronti dei genitori, spesso collegata alla richiesta di denaro per l’acquisto di sostanze. Altro nodo è quello delle risorse: servizi chiamati ad affrontare situazioni sempre più complesse con organici ridotti e operatori esposti al rischio di burnout.
Il diritto alla cura e l’accesso alla riabilitazione sono stati al centro dell’intervento di Paola Valeria Calì, neuropsichiatra infantile e responsabile scientifica del convegno. Attraverso quattro differenti casi clinici Calì ha mostrato come esigenze sanitarie e provvedimenti giudiziari possano talvolta entrare in conflitto. Tra gli esempi, quello di una paziente che aveva conquistato un livello di autonomia tale da poter essere dimessa e sulla quale è successivamente intervenuta una misura cautelare che ha limitato proprio le autonomie raggiunte. Da qui la necessità di risposte costruite sulla singola persona e di comunicazioni rapide e continue tra tutti i soggetti coinvolti. «Il dialogo è una necessità», ha sottolineato.
Graziella Solano, dirigente medico psichiatra e psicoterapeuta, ha posto l’accento sul valore della squadra: davanti alla crescente complessità assistenziale l’équipe diventa fondamentale e gli operatori non devono mai sentirsi soli.
Sul concetto di comunità si è soffermata Maria Rita Schembari, presidente del Libero Consorzio Comunale di Ragusa e sindaca di Comiso. «Una comunità è tale quando si prende cura di tutti i suoi membri e in particolare di chi ha difficoltà. Una comunità non lancia stigmi contro chi ha difficoltà, ma lo aiuta e lo supporta».
Un momento centrale della giornata è stato quello della tavola rotonda, durante la quale il confronto si è spostato dalle analisi alle possibili soluzioni operative. Vi hanno preso parte Giulia Cappadona, vicepresidente nazionale FENASCOP; Sara Lanza, direttrice sanitaria dell’ASP di Ragusa; Luca Rossomandi, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Catania; Salvatore Aprile, direttore della REMS di Caltagirone; Maria Cristina Tomaselli, primario del Servizio di Psicologia dell’ASP di Ragusa; Ivano Infarinato, coordinatore dell’Ufficio GIP del Tribunale di Ragusa; Giuseppe Morando, direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Ragusa; e Giuseppe Ferro, presidente nazionale FENASCOP.
Ed è proprio dalla tavola rotonda che è arrivato uno dei risultati più significativi della giornata. Dal confronto è emersa una sostanziale convergenza sulla proposta avanzata da Cappadona: lavorare alla definizione e alla firma di un protocollo che renda strutturato il rapporto tra sanità, giustizia, forze dell’ordine e strutture riabilitative, stabilendo procedure, competenze, modalità di comunicazione e responsabilità.
Un percorso che potrà partire anche dalle esperienze già maturate a Catania e illustrate da Rossomandi e Aprile, utilizzandole come base sulla quale costruire un modello ulteriormente migliorativo, capace di recepire le esigenze emerse nel corso del confronto e adattarle alle necessità del territorio.
È questo il passaggio dalla «collaborazione occasionale» alla «collaborazione strutturata» indicato da Cappadona all’apertura del convegno e sul quale si è registrata la condivisione dei partecipanti alla tavola rotonda. Non attendere che la criticità esploda per mettere in comunicazione i diversi soggetti, ma costruire preventivamente una rete nella quale ciascuno sappia chi deve fare cosa, con quali tempi e con quali responsabilità.
La parte conclusiva della giornata ha poi cambiato linguaggio senza cambiare il centro del confronto: la persona. Costanza Di Quattro, scrittrice e drammaturga, ha affrontato il tema dell’arte e della bellezza come strumenti di cura, introducendo uno dei momenti più coinvolgenti dell’iniziativa.
Il palcoscenico del Teatro Donnafugata è stato infatti affidato ai pazienti delle strutture riabilitative, protagonisti del contest formativo “L’aiuto, principio di promozione personale e cambiamento”. Otto brevi pièce, scritte e interpretate da persone con esperienza diretta del disagio psichico, hanno trasformato in teatro emozioni, fragilità, esperienze e percorsi di cambiamento.
Ad aggiudicarsi il contest è stata Villa Margherita, che ha puntato su un concetto semplice ma di grande forza: “Io resto”. Un messaggio capace di racchiudere il valore della presenza, dell’aiuto e della vicinanza nei momenti di maggiore difficoltà e di dare forma, attraverso il teatro, al significato più profondo del percorso riabilitativo.
Ma la competizione è stata soltanto la cornice. Tutti e otto gli spettacoli hanno regalato emozioni intense, offrendo al pubblico una testimonianza concreta del lavoro che viene svolto ogni giorno all’interno delle strutture. Sul palco sono arrivati non soltanto i risultati di un laboratorio teatrale, ma storie, fragilità, capacità ritrovate, relazioni costruite e percorsi di cambiamento realizzati insieme agli operatori.
È stata forse proprio questa la rappresentazione più immediata del significato della riabilitazione: non soltanto gestione della malattia e della complessità, ma recupero delle capacità, delle relazioni, dell’espressione di sé e dell’autonomia. E soprattutto la possibilità, per ogni persona, di tornare protagonista della propria storia.
La giornata di Ragusa si è così chiusa tornando esattamente al punto dal quale Cappadona aveva fatto partire il confronto: mettere la persona al centro e costruirle attorno una rete che funzioni davvero. Una rete capace di tenere insieme cura, responsabilità e sicurezza e che, dopo la convergenza raggiunta sulla necessità di arrivare a un protocollo condiviso, può trasformare il confronto avviato al Teatro Donnafugata in un impegno concreto.
Carmelo Riccotti La Rocca
«Dobbiamo passare dalla collaborazione occasionale a una collaborazione strutturata». È l’appello lanciato da Giulia Cappadona, vicepresidente nazionale FENASCOP, aprendo a Ragusa il confronto sulle nuove complessità della riabilitazione psichiatrica. Una rete stabile tra Magistratura, Dipartimenti di Salute Mentale, ASP, forze dell’ordine e strutture del territorio, con procedure condivise, tempi e responsabilità definiti: è questa la strada indicata da Cappadona e diventata il filo conduttore dell’intera giornata di lavori al Teatro Donnafugata di Ragusa Ibla.
Il convegno FENASCOP Sicilia “Curare nei contesti che cambiano. Le sfide della riabilitazione psichiatrica tra accesso alle cure, diritti e Autorità Giudiziaria”, con i lavori diretti e coordinati da Francesco Puccio, psicologo e componente del Comitato tecnico scientifico FENASCOP, ha riunito sanità, magistratura, forze dell’ordine, professionisti e istituzioni attorno a una constatazione: sono cambiati i pazienti, è aumentata la complessità e deve cambiare anche il modo di organizzare la riabilitazione psichiatrica.
A indicare la linea è stata Cappadona. «Nella realtà che rappresento la presenza di pazienti autori di reato raggiunge circa il 60%», ha sottolineato. Le CTA si trovano sempre più spesso a gestire situazioni nelle quali il disturbo psichiatrico grave si intreccia con dipendenze, marginalità sociale, conflittualità familiare, assenza di reti di supporto e problematiche giudiziarie. Ma «la persona non coincide con il reato che ha commesso» e il percorso riabilitativo deve riuscire a tenere insieme tre dimensioni: cura, responsabilità e sicurezza.
Da qui un altro passaggio centrale: «Bisogni differenti richiedono setting differenti». Le CTA, ha ricordato Cappadona, sono strutture riabilitative aperte e non strutture detentive. Non possono trasformarsi in luoghi prevalentemente orientati alla custodia, alla vigilanza e al controllo, con il rischio di compromettere anche i percorsi delle persone che accedono volontariamente alla riabilitazione. Gli stessi operatori devono poter lavorare in condizioni adeguate e non essere lasciati soli nella gestione di situazioni sempre più complesse.
La risposta, secondo la vicepresidente nazionale FENASCOP, non può essere semplicemente quella di aumentare i posti nelle CTA. Occorre completare e aggiornare la rete prevista dalla programmazione regionale, articolando l’offerta in funzione delle differenti esigenze. «Non semplicemente più posti, ma più percorsi e più appropriatezza». L’obiettivo deve essere accompagnare la persona dall’intensità alla minore intensità assistenziale, dalla protezione all’autonomia, dalla struttura al territorio. «Il posto letto può essere una risorsa, se dedicato al paziente corretto. Il progetto terapeutico-riabilitativo è la soluzione».
Su questa stessa direttrice si è sviluppato l’intervento di Giuseppe Ferro, presidente nazionale FENASCOP, che ha individuato proprio nell’appropriatezza della cura una delle principali criticità del sistema. Dopo il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari sono state attivate le REMS, strutture necessarie ma non sufficienti davanti alla complessità del processo riabilitativo. Occorre una rete territoriale integrata che parta dalle strutture a maggiore livello contenitivo e coinvolga le comunità terapeutiche e gli altri servizi, costruendo un percorso capace di accompagnare progressivamente la persona.
Il concetto di appropriatezza è stato ripreso anche dal sindaco di Ragusa Peppe Cassì, mentre il direttore generale dell’ASP di Ragusa Giuseppe Drago ha posto l’accento sulla necessità di fare rete e di tradurre la collaborazione in protocolli operativi. Il comandante provinciale dei Carabinieri Carmine Rosciano ha invece sottolineato il lavoro svolto quotidianamente dalle forze dell’ordine, evidenziando come l’azione sul fronte della sicurezza rischi di avere un’efficacia limitata se non trova continuità in percorsi strutturati di cura e riabilitazione.
Il rapporto tra giustizia e riabilitazione è stato affrontato da Luca Rossomandi, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Catania, intervenuto sulla permanenza nei contesti riabilitativi dei soggetti autori di reato e portando nel confronto l’esperienza maturata nel territorio catanese.
Rosaria Ruggieri, direttrice dell’UEPE di Ragusa, ha insistito sulla necessità di mettere realmente in rete i diversi servizi e di abbattere il muro del pregiudizio: «La persona non è il reato che ha commesso». Ruggieri ha inoltre acceso i riflettori su un fenomeno indicato come crescente, quello della violenza dei figli nei confronti dei genitori, spesso collegata alla richiesta di denaro per l’acquisto di sostanze. Altro nodo è quello delle risorse: servizi chiamati ad affrontare situazioni sempre più complesse con organici ridotti e operatori esposti al rischio di burnout.
Il diritto alla cura e l’accesso alla riabilitazione sono stati al centro dell’intervento di Paola Valeria Calì, neuropsichiatra infantile e responsabile scientifica del convegno. Attraverso quattro differenti casi clinici Calì ha mostrato come esigenze sanitarie e provvedimenti giudiziari possano talvolta entrare in conflitto. Tra gli esempi, quello di una paziente che aveva conquistato un livello di autonomia tale da poter essere dimessa e sulla quale è successivamente intervenuta una misura cautelare che ha limitato proprio le autonomie raggiunte. Da qui la necessità di risposte costruite sulla singola persona e di comunicazioni rapide e continue tra tutti i soggetti coinvolti. «Il dialogo è una necessità», ha sottolineato.
Graziella Solano, dirigente medico psichiatra e psicoterapeuta, ha posto l’accento sul valore della squadra: davanti alla crescente complessità assistenziale l’équipe diventa fondamentale e gli operatori non devono mai sentirsi soli.
Sul concetto di comunità si è soffermata Maria Rita Schembari, presidente del Libero Consorzio Comunale di Ragusa e sindaca di Comiso. «Una comunità è tale quando si prende cura di tutti i suoi membri e in particolare di chi ha difficoltà. Una comunità non lancia stigmi contro chi ha difficoltà, ma lo aiuta e lo supporta».
Un momento centrale della giornata è stato quello della tavola rotonda, durante la quale il confronto si è spostato dalle analisi alle possibili soluzioni operative. Vi hanno preso parte Giulia Cappadona, vicepresidente nazionale FENASCOP; Sara Lanza, direttrice sanitaria dell’ASP di Ragusa; Luca Rossomandi, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Catania; Salvatore Aprile, direttore della REMS di Caltagirone; Maria Cristina Tomaselli, primario del Servizio di Psicologia dell’ASP di Ragusa; Ivano Infarinato, coordinatore dell’Ufficio GIP del Tribunale di Ragusa; Giuseppe Morando, direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Ragusa; e Giuseppe Ferro, presidente nazionale FENASCOP.
Ed è proprio dalla tavola rotonda che è arrivato uno dei risultati più significativi della giornata. Dal confronto è emersa una sostanziale convergenza sulla proposta avanzata da Cappadona: lavorare alla definizione e alla firma di un protocollo che renda strutturato il rapporto tra sanità, giustizia, forze dell’ordine e strutture riabilitative, stabilendo procedure, competenze, modalità di comunicazione e responsabilità.
Un percorso che potrà partire anche dalle esperienze già maturate a Catania e illustrate da Rossomandi e Aprile, utilizzandole come base sulla quale costruire un modello ulteriormente migliorativo, capace di recepire le esigenze emerse nel corso del confronto e adattarle alle necessità del territorio.
È questo il passaggio dalla «collaborazione occasionale» alla «collaborazione strutturata» indicato da Cappadona all’apertura del convegno e sul quale si è registrata la condivisione dei partecipanti alla tavola rotonda. Non attendere che la criticità esploda per mettere in comunicazione i diversi soggetti, ma costruire preventivamente una rete nella quale ciascuno sappia chi deve fare cosa, con quali tempi e con quali responsabilità.
La parte conclusiva della giornata ha poi cambiato linguaggio senza cambiare il centro del confronto: la persona. Costanza Di Quattro, scrittrice e drammaturga, ha affrontato il tema dell’arte e della bellezza come strumenti di cura, introducendo uno dei momenti più coinvolgenti dell’iniziativa.
Il palcoscenico del Teatro Donnafugata è stato infatti affidato ai pazienti delle strutture riabilitative, protagonisti del contest formativo “L’aiuto, principio di promozione personale e cambiamento”. Otto brevi pièce, scritte e interpretate da persone con esperienza diretta del disagio psichico, hanno trasformato in teatro emozioni, fragilità, esperienze e percorsi di cambiamento.
Ad aggiudicarsi il contest è stata Villa Margherita, che ha puntato su un concetto semplice ma di grande forza: “Io resto”. Un messaggio capace di racchiudere il valore della presenza, dell’aiuto e della vicinanza nei momenti di maggiore difficoltà e di dare forma, attraverso il teatro, al significato più profondo del percorso riabilitativo.
Ma la competizione è stata soltanto la cornice. Tutti e otto gli spettacoli hanno regalato emozioni intense, offrendo al pubblico una testimonianza concreta del lavoro che viene svolto ogni giorno all’interno delle strutture. Sul palco sono arrivati non soltanto i risultati di un laboratorio teatrale, ma storie, fragilità, capacità ritrovate, relazioni costruite e percorsi di cambiamento realizzati insieme agli operatori.
È stata forse proprio questa la rappresentazione più immediata del significato della riabilitazione: non soltanto gestione della malattia e della complessità, ma recupero delle capacità, delle relazioni, dell’espressione di sé e dell’autonomia. E soprattutto la possibilità, per ogni persona, di tornare protagonista della propria storia.
La giornata di Ragusa si è così chiusa tornando esattamente al punto dal quale Cappadona aveva fatto partire il confronto: mettere la persona al centro e costruirle attorno una rete che funzioni davvero. Una rete capace di tenere insieme cura, responsabilità e sicurezza e che, dopo la convergenza raggiunta sulla necessità di arrivare a un protocollo condiviso, può trasformare il confronto avviato al Teatro Donnafugata in un impegno concreto.
Carmelo Riccotti La Rocca
