Lettera a Ciccio Belgiorno a 4 anni dalla scomparsa

16 ottobre 2008, Modica ti salutava per l’ultima volta. Il tuo funerale.

Sono già passati quattro anni ed è in questo tuo “compleanno” che voglio ricordarti, perché, come sosteneva Pascal, senza ricordo, l’uomo non potrebbe essere quello che è.

Non ho mai avuto la fortuna e l’occasione di conoscerti di persona, tu eri nel sentito dire, negli articoli dei giornali, nei racconti del mio compagno e di tutta quella gente che ti conosceva e ti amava.

Sai, mi sono avvicinata ai tuoi scritti lavorando alla mia tesi di laurea, occasione, questa, per presentarmi, incontrarti, finalmente, per onorare la tua memoria e per ricordare proprio te, Ciccio, che con un po’ di nostalgia, con la poesia e l’ironia della tua prosa, hai fatto conoscere Modica nel mondo, ospitando nell’arca della memoria, figure, personaggi, tipi, luoghi e tradizioni della tua amata città. Così facendo hai salvato dall’orrore dell’oblio un passato, che può ancora insegnarci tanto.

Grazie alle tue pagine, venate a tratti da una sottile malinconia o da una travolgente comicità, mi sono immersa in una città serena e immobile nel tempo : la Modica degli anni Cinquanta e Sessanta, prima dell’avvento della televisione e del cosiddetto benessere, «padre del colonialismo dei mass-media e del livellamento della cultura» . Una Modica caratterizzata da una civiltà orgogliosa e ancora omogenea , in cui i ragazzi del quartiere con i pantaloncini corti si riunivano per strada, nelle vanedde , nella piazzetta dedicata a Carlo Papa, per giocare a manata, a uno, due tre, liberi tutti, a u succi e a u scannieddu. Qui le notizie si apprendevano nella piazza, luogo dove si ritrovavano contadini e nobiluomini per parlare delle loro storie, delle nascite e delle morti, degli sposalizi e delle “spartenze”. Una Modica in cui arrivavano e si fermavano in un angolo dello stretto i cantastorie, “una sorta di cinematografo per i poveri”, che raccontavano in versi la cronaca nera e le gesta di grandi banditi e briganti, come Turi Giuliano.

Era mondo arcadico questo , un mondo fatto di orgoglio e di tradizioni che lentamente si è sbiadito, vinto per sempre dall’eterno nemico: il tempo. E’ ormai tutto vecchio e superato, è un microcosmo relegato a far da scenografia ai musei, a cataloghi e “allegati” per viaggiatori occasionali.

Tutto questo “nuovo che avanza”, tutto questo progredire “ha sepolto ciò che aveva saputo resistere a terribili terremoti e alluvioni” . “Con i visi legnosi dei vecchi contadini curvi su se stessi si è dileguato anche un modo di parlare, accompagnato da una gestualità millenaria che dava nomi agli oggetti che non ci sono più”. Tu avvertivi che non bisogna minimizzare questa perdita, perché “è proprio con il minimizzare che comincia l’oblio”. Avevi ragione.

Nei tuoi scritti ho ritrovato tutta l’atmosfera magica del “teatro delle pietre” che è Modica: la Chiesa di San Pietro “con la sua forma di farfalla crepuscolare, di lepidottero gigantesco dimenticato sulla scalinata che la partorisce”, la Chiesa di San Giorgio, fatta anima nelle pietre, i palazzi nobiliari decaduti, nei quali un tempo si poteva avvertire “l’interiore mestizia del Barocco”, la piazzetta Carlo Papa, che accoglieva i battiti dell’orologio del teatro Garibaldi, lo splendido quartiere di Cartellone, come pure l’orologio del Castello, la Chiesa di S ant’Agostino con il suo ponticello, al cui abbattimento facevi risalire l’inizio dello stato di degrado e del “sequestro politico” della città.

A questi momenti di nostalgia per un passato ormai lontano, quasi mitico, alternavi momenti di amarezza per la decadenza morale e civile del tempo presente e cercavi, instancabilmente, di scuotere le coscienze intorpidite dei modicani, scagliandoti contro “quel maledetto pressappochismo politico di personaggi, sempre gli stessi purtroppo, che sono scesi e saliti per le scale di palazzo San Domenico” e che, a quanto pare, nulla hanno imparato da te.

Ps: sarei proprio curiosa di veder ti, in questo clima di campagna elettorale, passeggiare di nuovo per Corso Umberto, col tuo cappello ben calcato sulla testa, mentre guardi con piglio quasi compiaciuto i tanti bei faccioni che da qualche settimana promettono impegno, umiltà, torroni ideal e canditi per c olor che nel Limbo son sospesi.

Chissà le risate…

Grazie per il tuo prezioso lavoro di documentazione e informazione, te ne saremo per sempre grati .

Con affetto,

Marianna Cannizzaro

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