Severino Santiapichi: Il giudice gentiluomo. Un libro (già in libreria) sulla sua vita.
——— di Franco Causarano
Ci sono stati anni, tra i ’60 e gli ’80 del ‘900, durante i quali un larghissimo gruppo di persone nate e cresciute a Scicli, sono diventate eccellenze nelle tante e variegate Istituzioni statali. I nomi sono ben conosciuti a chi ha una certa età, ma è utile ricordarne alcuni per i ruoli rivestiti durante la loro vita. Il Giudice Severino Santiapichi è certamente uno di questi. E nella nostra personale memoria sta tra i primi nell’elenco. Insieme a Salvatore e Angelo Buscema (padre e figlio) Presidenti, in tempi diversi ovviamente, della Corte dei Conti; il prof. Dantoni alla Normale di Pisa, il dott. Carmelo Rocca direttore allora del Ministero allo Spettacolo; il ginecologo di eccellenza Bartolomeo Magro a Milano, il Gen. Giuseppe Palazzolo che in quegli anni fa ritorno a Scicli, raggiunta la pensione; e ancora il Maestro Claudio Scimone, direttore dei Solisti Veneti; per non parlare del nostro Piero Guccione che proprio nell’80 ritorna definitivamente nella città natale. Intelligenze, quindi, che a buon diritto rimangono tra le personalità importanti della città. Ed è quindi un piacere e, in un certo senso, orgoglio di concittadino leggere le pagine del nuovo libro “Il Giudice gentiluomo”. Una biografia di Severino Santiapichi, in questi giorni nelle librerie d’Italia. Quasi 400 pagine che il giornalista-scrittore Salvatore Lordi ha dato alle stampe per l’Editore Biblioteka. Con la prefazione di Walter Veltroni e la Premessa di Cesare Parodi, Presidente dell’Ass. Nazionale Magistrati.
Ha ragione Veltroni a scrivere che “questo libro ricostruisce minuziosamente i tanti ruoli che Santiapichi ha interpretato” nel corso della sua vita e della sua professione. Come pure è vera l’annotazione di Parodi quando scrive di “ integrità per un giudice” che è “anche imparzialità e indipendenza da ogni altro potere: politico, economico, mediatico”. E a leggere la biografia è tutto un percorso di vita, dalla gioventù alle scelte professionali ai grandi e importanti processi, che il protagonista gestisce con la passione e i modi suoi propri. La lettura comincia con “Una famiglia siciliana”, per poi proseguire con “L’Italia in guerra”. Sono gli anni della fanciullezza e della gioventù, qui da noi, in questa parte di Sicilia. Per continuare con la grande esperienza professionale in Somalia. Anni di formazione specifica su una terra che diventa luogo di memoria per l’intera sua vita. Quindi le pagine dedicate agli “Anni infuocati”, con importanti processi a Roma che Santiapichi si trova a presiedere. Gli Anni 70, con l’attentato a Papa Giovanni Paolo II°, il processo ad Adriano Celentano, e quelli importantissimi alle Brigate Rosse, tra cui il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, e quello che vide alla sbarra “la galassia dell’Autonomia operaia degli anni Settanta” con Toni Negri imputato eccellente. Un capitolo a parte è “La vita blindata”, che il giudice Santiapichi dovette condividere con la scorta delle Forze dell’Ordine. Mesi ed anni di turbamenti e pericoli, eppure anche di lucidità nella conduzione dei dibattimenti processuali. Il racconto, in questa parte di narrazione, diventa particolare e carico di piccoli eventi, che sottolineano la tenuta psicologica e professionale, oltre che umana, del nostro concittadino.
E poi la parte forse più intima dell’uomo Severino, quella che l’autore del libro registra come ritorno alla normalità, che poi sono gli anni che lo accompagnano alla pensione e al ritorno nella città natale. A Scicli. Cinque capitoli che documentano, ancora una volta, gli impegni extra lavorativi rispetto alla sua carriera di Magistrato rigoroso. Riconoscimenti e partecipazioni ad importanti convegni e manifestazioni sul ruolo del Giudice nell’Italia che cambiava lentamente ma inesorabilmente. Così la lettura diventa scoperta dell’uomo Severino che viene intervistato dai maggiori quotidiani italiani; che scrive lui stesso articoli, personaggio ospite di rubriche e servizi televisivi. E contemporaneamente firma preziosa del Giornale di Scicli; che ama coltivare le sue rose, che dà alle stampe altri libri sui luoghi e le persone che fanno parte della sua vita. I luoghi dell’infanzia e della gioventù che diventano oggetto della sua scrittura. Con nomi facce mestieri famiglie fortemente legati alla sua crescita. Attento alle parole di descrizione di quegli uomini e quelle donne, artigiani o professori, amici o colleghi. Una tribuna popolare che lo aiuta negli anni della serenità. Lasciandoci, ancora una volta, esempi di sicilianità multiforme; umana e civile, Lui rigoroso e allegro, sensibile e curioso, per come è stato tra noi. Nel libro, proprio in questa parte finale, tanti i riferimenti al Giornale di Scicli, il suo “Tracce nella memoria”, l’amicizia con una nuova generazione di intellettuali locali. Ma soprattutto il suo lascito sociale e culturale alla città di Scicli.
Dice tutto il figlio Xavier “Un uomo vissuto con l’idea di applicare la giustizia con la “G” maiuscola che ha cercato di esserlo fino alla fine dei suoi giorni quando ancora seguitava a dispensare consigli ai tanti cittadini che si rivolgevano a lui per qualsiasi parere… Il suo grande pregio rimane quello di essere giusto”. Libro da leggere con grande attenzione, e che può aiutare nella rivisitazione storica di quegli “anni di piombo”; ma utile anche a capire il nostro essere concittadini di una persona per bene.
