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Monsignor Lorefice attaccato per aver fatto l’arcivescovo. Siamo alla frutta.

di SARO DISTEFANO

L’arcivescovo di Palermo, che è il “nostro” monsignor Corrado Lorefice, ha tenuto un discorso sulle morti in mare dei migranti che cercano una vita migliore. Il vescovo della capitale siciliana ha chiesto ai presenti (ed idealmente a tutti quelli che possono ascoltarlo) a riscoprirsi umani di fronte a chi muore in mare, a donne e bambini che sfidano l’ignoto per scappare da qualcosa di peggiore.

Apriti cielo, è il caso di dirlo. Immediatamente dopo il suo discorso, l’episcopo è stato fatto oggetti di attacchi durissimi sui social. Chi “non era d’accordo con lui” (leggerissimo eufemismo) lo ha accusato di fare politica, di schierarsi, di essere parte di una Chiesa che non è più quella di una volta.

Appare evidente a tutti, anche a chi come me è poco fornito di doti euclidee, che siamo arrivati ad un punto di non ritorno. Anche a non ammettere il necessario (secondo me necessario) rispetto per l’autorità rappresentata da un altissimo membro del sacerdozio cattolico, anche a non pensarla come lui (e in tantissimi in Italia ed anche in Sicilia non la pensano come padre Lorefice), anche ad essere ignoranti e non capire come si evolve il mondo, ma non si può essere violenti e criticare chi ha fatto esattamente quello che il ruolo, i tempi, l’intelligenza richiedono di fare.

Appare evidente che due sono i problemi che emergono in tutta la loro gravità in questa vicenda. Il primo è il ruolo dei social: si tratta di strumenti utilissimi se saputi utilizzare, deleteri e distruttivi senza regolamentazione. Il secondo è dato dalla ormai evidentissima deriva delle popolazioni occidentali. Siamo talmente incattiviti, talmente arrabbiati, talmente furiosi da non vedere quanto è palese: il mondo non è quello di solo mezzo secolo fa, e dobbiamo farcene una ragione.

Ci sarebbe un terzo motivo di riflessione: come si può essere così idioti da accusare l’arcivescovo di Palermo di fare politica? Monsignor Lorefice, sessantaquattro anni ispicese, ovviamente fa politica. Quella dettata dal Papa e quella che spontaneamente si produce facendo il cittadino attivo, a maggiore ragione ricoprendo un ruolo così importante e delicato. Ma da certe parti, in certe ampie sacche di popolazione non esistono più freni inibitori. La tastiera di un computer o di uno smartphone è tentazione troppo forte e troppo facile da usare per aggredire, offendere, insultare. Può farlo chiunque.

Quand’ero ragazzo, un secolo fa, sentivo spesso la battuta in lingua italiana “scherza coi fanti ma lascia stare i santi”, che faceva il paio con la siciliana “nun ti sciarriari cca criesa”. Se ne son perse le tracce. Oggi non è più il tempo delle battute. L’umorismo si limita a prendere in giro gli interisti, ed anche lì…. Sovente con parole eccessive.

Cosa fare? Non credo ci siano risposte.